MARTEDÌ 12 DICEMBRE 2017 19:18
 

Territorio

Verona: Una chiesa nata dalla roccia

Quando arte, bellezza ed entusiasmo si fanno spettacolo

 

Da lontano si vedono solo pochi gradini salire e scomparire all’interno della montagna. Ma avvicinandosi si scopre che quegli scalini portano a una grotta in cui il pavimento è uno splendido mosaico e sulle pareti si intravedono tracce di affreschi colorati. Il tutto scavato nel monte. Comincia qui la storia della chiesa nata dalla roccia. Siamo a Verona, nel quartiere di Veronetta: così nell’Ottocento i francesi, che occupavano la parte della città a destra dell’Adige, chiamavano in tono dispregiativo la “piccola Verona” della parte sinistra, occupata invece dagli austriaci. In quel tempo la cattedrale del quartiere era quella che oggi è conosciuta come la chiesa dei Santi Nazaro e Celso.

Ma cosa c’entra questa chiesa con la grotta scavata nel monte? Quando furono portate a Verona le reliquie dei Santi Nazaro e Celso – martirizzati nel I secolo d.C. – furono custodite all’interno di un antico ipogeo che già si trovava qui. E proprio le figure di monaci addetti alla cura delle reliquie costituiscono l’origine della primissima comunità legata a questo luogo, divenuta poi un monastero benedettino con annessa una chiesa vera e propria. Nel Cinquecento un avvenimento importante era destinato a segnare la storia della comunità: l’arrivo del fonte battesimale. È questo il momento in cui una chiesa diventa parrocchia, perché può battezzare e accogliere nuovi parrocchiani. Secondo i documenti ufficiali, il fonte battesimale arrivò a San Nazaro il 23 marzo 1517. Sono passati cinquecento anni.

     (foto di Rebecca Travaglini)

Per questo la comunità ha voluto festeggiare, e lo ha fatto anche grazie all’iniziativa di un gruppo di ragazze della parrocchia che hanno organizzato una serie di manifestazioni per ricordare questo importante avvenimento e far conoscere la chiesa al di fuori del quartiere. «Noi non siamo guide turistiche né esperte di storia dell’arte, ma siamo mosse dalla passione per l’arte e per il bello, e soprattutto dall’amore che nutriamo per la nostra chiesa di cui siamo particolarmente orgogliose e riconoscenti» spiega Irene all’inizio del tour che scherzosamente definiscono “Turismo fatto in chiesa”. Sono già state organizzate due giornate di visita, e ciascuna ha accolto due turni di visitatori che hanno partecipato numerosi, accompagnati ogni volta da una coppia di ragazze della parrocchia. «Non ci aspettavamo un successo così: sono arrivate quasi duecento persone» raccontano le giovani, che hanno curato l’intera organizzazione della visita: non solo hanno pensato al percorso, ma l’hanno anche studiato e poi hanno disegnato e realizzato graficamente locandine e dépliant per pubblicizzare l’evento nel quartiere, aprendo una pagina Facebook. Hanno poi gestito le prenotazioni telefoniche: «Per il secondo turno non è stato necessario fare pubblicità, è bastato richiamare le persone che purtroppo non erano riuscite a venire la prima volta perché le prenotazioni erano troppo numerose – racconta Manola, parrocchiana e mamma di una delle ragazze, che ha curato la “regia” dell’evento –. Abbiamo riscontrato una fame di “bellezza” che ci ha sorprese ma ci ha dato anche tanto entusiasmo».

La parte più difficile dell’organizzazione è stata riuscire a includere nella visita la grotta (o sacello), «da cui tutto ebbe inizio»: un luogo eccezionale scavato nella roccia del monte – da qui il nome scelto per l’evento, “una chiesa nata dalla roccia” – che solo eccezionalmente viene aperto al pubblico perché per accedervi bisogna attraversare una scuola, l’istituto professionale Giorgi, anche se l’area è di proprietà comunale. Da questo interesse potrebbero forse nascere delle collaborazioni per restaurare e valorizzare il sacello.

   Qui dunque comincia la visita, e possiamo solo immaginare la bellezza dei due cicli di affreschi che decoravano l’ambiente in cui – scriveva nel 1732 lo studioso Scipione Maffei – «ogni parete si vede pitturata». Le ragazze sembrano invece conoscere bene questi dipinti. «Per preservare gli affreschi essi furono strappati dalla roccia e collocati al museo “G. B. Cavalcaselle”, presso la tomba di Giulietta – spiega Veronica –. Noi siamo state a visitarli dal vivo in occasione della notte dei musei ed è stata una grande emozione vederli lì dopo averli studiati a averli fatti un po’ nostri».  (a d, foto di Ilaria Antonia Righi)

Usciti dal sacello, la visita prosegue osservando il campanile e ascoltando la storia delle campane, citate dagli esperti fra le più importanti in Italia, suonate ancora oggi nei concerti a sistema veronese. Nel momento esatto in cui Rebecca termina di parlare, le campane cominciano a suonare. L’emozione coglie tutti. Capiamo che questa è più di una visita, è uno spettacolo curato nei minimi dettagli in cui tante menti e tanti cuori sono coinvolti e agiscono all’unisono.

Toniamo poi verso la chiesa e accediamo al sagrato attraversando un portale in pietra e tufo: sembra di portarci dietro un pezzo della roccia del monte, filo conduttore della nostra visita.

Finalmente entriamo in chiesa. Siamo immersi nella penombra e vaghiamo per la navata centrale. Ci accompagnano le note di una melodia conosciuta, ma non vediamo da dove provenga. Lo scopriamo solo arrivando all’altare, quando notiamo i musicisti: flauto, violino, chitarre. Nel momento in cui le note sfumano via, in chiesa si accendono le luci, illuminando lo splendido crocifisso con le braccia alzate sulla croce ad accogliere tutti. Un altro colpo di teatro che fa restare senza fiato.

L’insieme della chiesa è maestoso, la decorazione è ricca ma ordinata. Scopriamo che a San Nazaro hanno lavorato i più grandi maestri pittori del Rinascimento Veronese. Le tele alle pareti e gli affreschi narrano la storia dei santi patroni in un gioco di allusioni, citazioni, ritratti e autoritratti. Ci accorgiamo che le ragazze ci stanno accompagnando in quella che è un po’ casa loro: «Abbiamo questi affreschi sotto gli occhi per tutta la messa ma solo da qui ci rendiamo conto di quanto sono belli». Proseguiamo il nostro tour in sagrestia dove possiamo osservare le decorazioni degli armadi in legno intarsiati nel XV secolo da un non meglio identificato Antonio Intaiador.

Andiamo avanti e in breve torna a risuonare la musica. Capiamo che il momento è solenne. Stiamo infatti entrando nella cappella di San Biagio, pezzo forte della chiesa: «Ci troviamo ora in quello che l’abate Magrini nel 1863 definì il Panteon dei veronesi pittori» racconta con orgoglio Valentina: è infatti la più grande cappella affrescata non solo di Verona, ma di tutto il Veneto, e primo esempio di rinascimento in Verona, costruita per contenere le spoglie di San Biagio e Santa Giuliana. Qui architettura e pittura si fondono in una commistione di stili: nel descrivere il fregio con gli ippocampi le ragazze sorridono, e si percepisce la loro intesa quando raccontano ciò che le ha colpite particolarmente. I voluti rimandi alla classicità greco-latina vengono poi superati dall’esaltazione del soggetto cristiano nella cupola.

Proprio in questa cappella conosciamo il “festeggiato” a cui è dovuta l’organizzazione della visita: il famoso fonte battesimale, concesso alla chiesa nel 1517 dal cardinale Corner, vescovo di Verona.

Dopo un terzo momento musicale, la visita si conclude con i ringraziamenti. Potrebbe sembrare una formalità dovuta, e invece capiamo che queste ragazze hanno ancora qualcosa da dire.

Ringraziano i musicisti: «Sono ragazzi della parrocchia o amici di amici. Non è stato facile chiedere a qualcuno di venire a suonare gratis, ma per noi era indispensabile, perché non avevamo budget». Infatti il lavoro è stato del tutto volontario e ogni offerta raccolta al termine della visita (rigorosamente libera) è stata devoluta in beneficenza alle famiglie in difficoltà del quartiere assistite dalla San Vincenzo parrocchiale. Un ringraziamento speciale va al parroco don Massimo,

«che non solo ci ha messo a disposizione la chiesa ma ci ha anche aiutato con preziosi consigli e nell’organizzazione del tour». E poi l’augurio finale: «Speriamo di essere riuscite a trasmettervi quello che era il nostro intento, cioè di mantenere vivo e raccontare anche “fuori” il senso di comunità che anima la nostra parrocchia e la nostra vita. Grazie di cuore». Qualcuno tra il pubblico ha le lacrime agli occhi, segno inequivocabile che il messaggio è arrivato.

Poi è il turno del parroco e di Suor Angiolina, vicaria generale delle Orsoline, citate nel corso della visita come pilastro fondamentale nella vita della comunità: a loro volta ringraziano le ragazze per essere «la parte giovane della parrocchia» e perché è bello vedere che in loro l’entusiasmo si fa concretezza.

Alla fine siamo invitati nel chiostro, dove il senso della comunità lo tocchiamo con mano. È stato infatti organizzato un magnifico rinfresco dalle famiglie della parrocchia: ognuno ha portato qualcosa, e giovani, adolescenti e parrocchiani di ogni età – guidati da Martina del gruppo giovani – servono, chiacchierano, invitano tutti a condividere la tavola. «Ieri sera ci mandavamo foto dei preparativi: c’è chi ha fatto la torta di riso, chi i biscotti, chi i tramezzini, e chi invece è stato tutto il pomeriggio a fare le pulizie al sacello, per togliere le erbacce e la polvere» raccontano ridendo le ragazze.

Nelle parole del parroco si intuiscono la soddisfazione per un evento ben riuscito e anche l’orgoglio di essere guida di una comunità viva: «Non pensavo venisse così tanta gente, ma sono stati tutti bravissimi e senza dubbio replicheremo con altri progetti».

La voglia di fare è ancora tanta e non mancano le idee per “uscire fuori”: nel quartiere prima di tutto, spesso bistrattato ma che avrebbe tanto bisogno di una riscoperta per essere rivalutato e vissuto in pieno. E poi ancora oltre, fin dove sarà possibile portare l’entusiasmo e la bellezza di stare insieme. Perché «dove due o tre sono riuniti nel suo nome Dio è in mezzo a loro».

Rebecca Travaglini

 

BIBLIOGRAFIA

Borghesani Giuliana, Delmiglio Emanuele, In templo quod, Delmiglio editore, 2011.

Bartolomeo Cincani detto Montagna, Dipinti, zEl Edizioni, 2014.

Dal Forno Federico, La chiesa dei santi Nazaro e Celso a Verona, Fiorini 1982.

Dal Forno Federico, a cura di, La cappella di San Biagio nella chiesa dei Santi Nazaro e Celso a Verona, Associazione regionale veneta mutilati della voce, Verona 1989.

Franco Tiziana, Un ciclo datato 996: le pitture del sacello di San Michele presso il monastero dei Santi Nazaro e Celso a Verona, in “Arte Lombarda”, 156, 2009 (ma 2010), 2, pp. 67-75 (disponibile su Academia.edu: https://www.academia.edu/18313368/Un_ciclo_datato_996_le_pitture_del_sacello_di_San_Michele_presso_il_monastero_dei_Santi_Nazaro_e_Celso_a_Verona_in_Arte_Lombarda_156_2009_ma_2010_2_pp._67-75)

Il sacello rupestre di S. Michele presso la chiesa dei SS. Nazaro e Celso, breve storia del sito a cura della prof.ssa Flavia Rocco, tratto da Gian Maria Varanini, a cura di, Il sacello rupestre di S. Michele presso la chiesa dei SS. Nazaro e Celso, Cierre edizioni, 2004.

Il Museo degli Affreschi “G.B. Cavalcaselle” alla Tomba di Giulietta, Nota Informativa n. 6, Il sacello rupestre di San Michele, disponibile online.

Marinelli Sergio, a cura di, Il restauro della cappella di San Biagio ai Santi Nazaro e Celso a Verona, Banca Popolare di Verona, Banco S. Geminiano e S. Prospero, 2011.

Padovani Suor M. Angiolina, Conoscere e… amare le nostre radici per guardare avanti con fiducia…, in “La nostra voce”, periodico dell’Istituto Suore Orsoline F.M.I., via muro Padri, 24 Verona, n. 3 settembre-dicembre 2016, pp. 9-13.

http://www.scuolacampanariaverona.it/, consultato il 03/06/2017

Pubblicato in data 29/06/2017